Il mio Bon Ton: cenni storici e presentazione

Articolo a cura di Sabrina Antenucci

Di Bon Ton si parla tanto, specie in questo periodo. Oserei dire che di Bon Ton, in questo periodo si parla troppo. E non perché sia un argomento povero di contenuti o perché ci siano pochi aspetti da prendere in considerazione, bensì perché se ne parla troppo e si pratica poco, davvero troppo poco. Il Bon Ton ha radici lontane, nel 1700, e nasce per permettere alle ragazze prive di educazione familiare di “darsi un tono” agli eventi mondani cui venivano invitate grazie all’improvvisa ricchezza dei genitori, meglio conosciuti come parvenus: arricchiti. Le ragazze nobili non avevano la necessità di conoscere il Bon Ton: erano cresciute con istitutori, avevano respirato l’etichetta della nobiltà (la buona educazione e le formalità imposte alle famiglie nobili dell’epoca), conoscevano le regole della buona educazione che praticavano quotidianamente nell’intimo delle mura famigliari; la loro condotta pubblica non necessitava di alcuna apparenza per rendere la loro presenza gradevole e accettabile in società. Diverso era il caso delle ragazze cresciute in famiglie popolari, prive di tradizioni famigliari e consuetudini quotidiane. Loro, sì, avevano bisogno di darsi un tono e non dire o fare sciocchezze durante le occasioni pubbliche, dato che non erano solite frequentarle. Avrete notato che abbiamo, sin qui, parlato al femminile; non è un caso. Per gli uomini esisteva il Galateo, scritto da Monsignor della Casa 200 anni prima (anno più, anno meno) che condivideva i principi della buona educazione per nobili e non nobili, con il solo fine di rendere più gentile e vivibile la società. Un po’ quello che vorrei fare io con “Il mio Bon Ton”, la rubrica che state leggendo. Più in piccolo, con meno enfasi, ma con lo stesso nobile obiettivo.

Settimana dopo settimana scopriremo che Bon Ton e Galateo non sono sinonimi, benché “Galateo” abbia oggi assunto la forma di nome comune; che quello che ci vogliono propinare come “Bon Ton” (o Galateo) nella maggior parte dei casi non lo è; che il Bon Ton è un vero e proprio stile, principalmente di comunicazione, e deve necessariamente essere svincolato dalla moda, le gonne sotto il ginocchio e le décolletés nere; che la prima regola del Bon Ton è la gentilezza dell’animo, prima ancora che la conoscenza di dove si debba posizionare la forchetta in una mise en place formale;  che il congiuntivo è parte del Bon Ton, oltre che della grammatica italiana.

Scopriremo il bon ton attraverso la manicure, i post su Facebook, le foto che pubblichiamo su Instagram, il modo in cui parliamo di noi e della nostra famiglia, i nostri valori, l’abbigliamento, whattsapp. Insomma: scenderemo dal piedistallo dove vogliono farci credere risieda il Bon Ton e lo renderemo una pratica quotidiana. Con buona pace di nobili, ex nobili, esperte improvvisate che cercano di dare una nobiltà o una conferma al proprio stile e parvenus. Pardon, oggi si chiamano wannabe.

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Sabrina Antenucci è una giornalista milanese che sogna di vincere il Pulitzer. Nel frattempo segue le sue grandi passioni: la scrittura, la radio, la comunicazione digitale.

Bionda naturale, insonne, ritardataria senza speranza, vive con una westie di nome Miss Mills che le assomiglia più di quanto entrambe vorrebbero e una tartaruga di nome Enrico VIII che si sente protagonista del remake di Fuga di Mezzanotte.

Disorganizzata con stile, è direttore responsabile di MilanoReporter.it, speaker di Radio Reporter, ideatrice del format SEM Social, Eating, Milan e docente di comunicazione, bon ton e galateo.

Perfettamente indisciplinata adora Milano e lo stile impeccabile, la forma e la comunicazione; ma non parlatele di moda, di etichetta, di chiacchiere inutili. Per lei lo stile è quello della personalità, la forma è quella della gentilezza, la comunicazione quella trasmessa dai fatti. Una bionda in barrique, per intenderci, rigorosamente in tubino nero.

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