Un codice di colori sembra naturale finché non si scopre che è stato scritto da mani umane. Rosa e blu non sono solo tinte. Sono una storia di abitudini, immagini sacre, scaffali di negozio e decisioni prese lontano dalle culle.

Oggi entri in un negozio per bambini e capisci subito la direzione. Il blu parla al reparto “lui”. Il rosa riempie gli scaffali “lei”. Sembra ovvio. Non lo è.
La biologia non spiega questa divisione. Non esiste un gene del “rosa per le femmine” o del “blu per i maschi”. La spiegazione arriva da altrove. Dalla cultura. E dal marketing.
Da simboli sacri a codici di consumo
Per secoli il rosso ha indicato potere, guerra, comando. Il rosa era il “piccolo rosso”. Un tono deciso, adatto ai bambini maschi. Il blu evocava purezza e delicatezza. Nell’iconografia cristiana, la Vergine Maria indossa un manto blu. Questo immaginario ha guidato le scelte quotidiane.
Fino a fine Ottocento e primi Novecento, molte famiglie vestivano i maschi in rosa e le femmine in blu. Archivî e riviste di settore lo documentano. Un editoriale del 1918 consigliava esplicitamente il rosa per i maschi. Non era una regola universale, ma era diffusa. In parallelo, molti neonati indossavano bianco: pratico da bollire e candeggiare.
Il cambio di rotta matura negli Stati Uniti tra le due guerre. I grandi rivenditori capiscono il potenziale: separare i capi per genere moltiplica gli acquisti. Se differenzi colori e dettagli, riciclare diventa difficile. Per anni coesistono due tendenze: alcuni negozi vendono rosa per maschi, altri il contrario. Solo negli anni ’40 la convenzione attuale si stabilizza, spinta da sondaggi clienti e pubblicità.
Arriva il dopoguerra. Il boom economico porta i colori pastello nelle case e in copertina. Il rosa si lega alla figura femminile domestica, precisa, “ben pettinata”. Il blu resta ai maschi, vicino alle tute da lavoro e alle divise militari. Non è una legge naturale. È una narrativa di consumo che funziona bene sugli scaffali e nei cataloghi.
L’altalena degli anni ’70 e il ritorno degli anni ’80
Negli anni ’70, con i movimenti per i diritti delle donne, le etichette cromatiche cedono. Per quasi un decennio dominano bianco, giallo, verde. Molte aziende riducono la polarizzazione. La logica è chiara: meno stereotipi, più libertà d’uso.
Poi gli anni ’80 cambiano ancora il quadro. I test prenatali e le ecografie diventano routine. Sapere il sesso prima della nascita consente di preparare tutto in tinta. Cameretta, corredino, regali. Il retail coglie l’occasione. Le catene organizzano gli assortimenti per percorso cromatico. Le vendite salgono. I colori tornano a fare da segnale forte.
Oggi conosciamo la sequenza. Simboli religiosi, gusti borghesi, scelte dei buyer, dati di vendita. Nessuna prova scientifica impone il rosa alle bambine e il blu ai bambini. Esistono variazioni per Paese e classe sociale; la storia non è lineare ovunque. Ma la direzione generale è chiara: i colori, più che natura, sono negoziazioni culturali. Allora, la prossima volta che scegli un body o dipingi una parete, chiediti: stai seguendo un sentiero o stai disegnando una mappa nuova? Una stanza può contenere entrambi i colori. E il futuro, spesso, inizia dalla sfumatura che non ti aspettavi.





